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Fastosa Poppea tra abiti "casual" Con Gardiner Cremona mette la parola fine al Festival monteverdiano A CREMONA A chiudere il Festival di Cremona '93, che celebra Monteverdi, è venuto il direttore inglese John Eliot Gardiner col suo gruppo, per il "Vespro" in cattedrale e l'"Incoronazione di Poppea" al Teatro Ponchielli. Scritta a 74 anni, quest'opera è un capolavoro. Ha fatto scelte precise, Gardiner. Quella fondamentale della strumentazione, poiché il manoscritto è parco di indicazioni: 15 strumenti antichi disposti sul palcoscenico (a pizzico più organo per accompagnare il canto , con archi e clavicembalo per Sinfonie e ritornelli). Scelta del manoscritto esistente a Napoli. Scelta di una teatralità interiore, di reazioni d'animo tradotte in parole, canto e gesti, scatenate da un conflitto di passioni nella varietà di situazioni e personaggi. Scelta non teatrale, quindi, ma in forma di concerto agito, con una porta di fondo per le entrate, un divanetto bianco per Poppea, costumi che variano dal fasto seduttivo di Poppea al velluto rosso stile lady Diana per Ottavia, a l casual, tuta o plaid sulle spalle, come ci si arrangia nei college inglesi. I cantanti assumono modernamente il personaggio nella loro fisicità. L'incontro può essere mirabile, come nella luminosa completezza di voce, grazia, psicologia della seduzione di Sylvia McNair; può accentuare la sfortunata solitudine di un personaggio, come l'Ottone a spalle afflosciate del lirico contraltista Michael Chance; può deludere come il Nerone del soprano di colore Dana Hanchard, colma di intenzioni ma senza piglio e gradevolezza vocale. Tutti, però, possiedono la naturalezza di un declamato plastico per cui il canto non è mai enfasi, ma parola vissuta. Talora il gesto drammaturgico del direttore graffia, e il dialogo iniziale dei soldati sembra ritagliato da Shakespeare; talora sfuma i trapassi di tono come nel Coro alla morte di Seneca; talora eccede a lasciar troppo abbassare verso un'interiorità quasi plebea la regalità di Ottavia, della pur valida von Otter. Tre ore e mezzo, ma il pubblico di Cremona ha seguito ogni parola e trasalimento, e ha scoperto un universo. Franca Cella
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